Ambasciatore Israele Peled a Nova: “Iran minaccia globale ma siamo noi a pagare il prezzo più alto”

L’Iran è una “minaccia globale” ma è Israele “a pagare il prezzo più alto”. Lo ha detto l’ambasciatore israeliano in Italia, Jonathan Peled, in un’intervista esclusiva ad “Agenzia Nova”, commentando gli sviluppi della guerra di Israele e Stati Uniti contro l’Iran, in corso dal 28 febbraio, oltre agli scontri con il movimento sciita libanese Hezbollah. L’Unione europea, ha affermato Peled, “deve capire che non è solo la guerra in Ucraina a minacciarla, ma anche l’Iran e i suoi proxy”. L’ambasciatore ha ricordato che gli attacchi iraniani hanno già raggiunto Turchia, Cipro e Azerbaigian, avvertendo che “domani” potrebbero arrivare anche in Italia. “Tra l’altro, pare che droni abbiano sorvolato gli Stati Uniti nelle ultime due settimane”, ha proseguito Peled, aggiungendo che Teheran “può quindi raggiungere non solo l’Europa, ma anche gli Usa: è una minaccia globale”.

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Dall’inizio della guerra in Medio Oriente, la chiusura quasi totale dello Stretto di Hormuz da parte dell’Iran – da cui passa circa il 20 per cento del commercio marittimo mondiale di petrolio e il 30 per cento del gas – ha causato un innalzamento dei prezzi degli idrocarburi a livello globale. A proposito delle tensioni nell’area, Peled ha affermato che lo Stretto viene utilizzato dall’Iran per “ricattare il mondo intero”, impedendo il passaggio di navi e merci. “Abbiamo a che fare con una minaccia, un ‘pirata’, un regime terroristico che minaccia il mondo intero. Europa e Asia, che sono le più colpite dagli sviluppi nello Stretto di Hormuz, dovrebbero preoccuparsi della capacità dell’Iran di esercitare tale controllo”, ha sottolineato il diplomatico.

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Nei giorni scorsi, Shmuel Abramzon, capo economista presso il ministero delle Finanze israeliano, ha affermato che lo Stato ebraico “non è molto esposto ai prezzi del petrolio come altri Paesi” e che il suo settore energetico ed elettrico “non si basa sul petrolio, ma sul gas naturale”. L’ambasciatore Peled ha tuttavia evidenziato che “il blocco dello Stretto di Hormuz colpisce il settore energetico e l’economia israeliana così come accade in Europa”. Il fatto che “non acquistiamo direttamente petrolio attraverso lo Stretto, non significa che i derivati e le altre merci che passano da lì non influenzino Israele”, ha detto Peled. Oltre a questo, ha aggiunto, Israele “sta pagando un prezzo molto alto da tre settimane”. “Dieci milioni di persone vivono nei rifugi antiaerei. Immaginatevi un Paese, come la Danimarca, in cui dieci milioni di persone restano per tre settimane nei rifugi, con il Paese fermo”, ha evidenziato l’ambasciatore, secondo cui lo Stato ebraico, in questo senso, “sta pagando un prezzo più alto dell’Europa. Bisogna mantenere le cose nella giusta prospettiva”.

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Secondo quanto riferito da Peled a “Nova”, l’opinione pubblica israeliana “comprende che questo è un momento storico in cui forse possiamo finalmente eliminare la minaccia esistenziale rappresentata dall’Iran”. Di conseguenza, ha sottolineato, i cittadini israeliani sono “resilienti e disposti a pagare un prezzo, anche molto alto, per permettere agli Stati Uniti e a Israele di portare a termine il compito”. In riferimento agli attacchi iraniani in Israele durante questa guerra, Peled ha sottolineato che l’Iran utilizza bombe a grappolo, “proibite a livello internazionale”, contro la popolazione civile. “Questo è un crimine di guerra”, ha affermato l’ambasciatore. Teheran “sta effettuando un bombardamento indiscriminato contro tutti: arabi, cristiani, ebrei, luoghi sacri, infrastrutture energetiche, popolazioni civili”, ha proseguito, facendo riferimento ai missili caduti anche in Cisgiordania e a Gerusalemme. Di conseguenza, “nessuno può dire – ha affermato Peled – che questa sia una guerra di Israele o degli Stati Uniti. È una guerra che, purtroppo, riguarda tutti noi”.

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Nel corso dell’intervista, Peled ha ribadito che l’obiettivo della guerra di Israele contro l’Iran “non è mai stato il cambio di regime. Gli obiettivi reali sono eliminare la minaccia esistenziale rappresentata dai missili balistici iraniani, dal programma nucleare e dal sostegno ai gruppi proxy” nella regione. L’ambasciatore ha auspicato che gli attacchi in corso dal 28 febbraio “indeboliscano il regime e creino le condizioni affinché il popolo iraniano possa protestare e costruire un futuro migliore. Ma questa è una decisione che spetta agli iraniani”. Tuttavia, l’ambasciatore ha precisato che “nessuno sa con certezza” se sarà possibile effettivamente una rimozione del regime di Teheran. “L’obiettivo è eliminare la capacità di qualsiasi regime iraniano — incluso quello attuale — di usare e produrre armi. Ovviamente vorremmo vedere un cambiamento, ma non sappiamo se sarà un cambio di regime o un cambiamento interno”, ha spiegato il diplomatico.

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“A Teheran serve una leadership disposta a dire: ‘non costruiremo bombe atomiche, non invocheremo la distruzione di Israele e ci occuperemo del popolo iraniano’”, ha precisato Peled. “Novanta milioni di iraniani soffrono una grave crisi economica, carenze di elettricità e problemi interni profondi, e non vogliono che il loro governo spenda risorse per distruggere un Paese vicino. Questo è l’interesse e la speranza di tutti noi, ma solo il tempo dirà”, ha affermato l’ambasciatore. Peled ha anche ricordato che “due mesi fa (i cittadini iraniani) erano in piazza” e che “35.000 iraniani sono stati uccisi negli ultimi mesi e vivono ancora sotto la paura dei Basij (unità paramilitare dei pasdaran)”. Probabilmente, ha ribadito, “ora sono più sollevati vedendo il governo indebolirsi, ma non spetta a noi prevedere o decidere cosa faranno”.

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Ieri, 18 marzo, le forze israeliane hanno attaccato alcuni impianti del giacimento di gas naturale South Pars, nel sud dell’Iran, come “segnale di avvertimento a Teheran, in coordinamento con gli Stati Uniti, per dirgli che non può continuare ad attaccare le infrastrutture energetiche nel Golfo”, ha affermato Peled. “Posso dire con certezza che siamo in pieno coordinamento con gli Stati Uniti in queste tre settimane di guerra contro Hezbollah e contro l’Iran”, ha dichiarato l’ambasciatore, precisando tuttavia di non poter confermare se il presidente Usa, Donald Trump, fosse informato di quello specifico attacco. L’inquilino della Casa Bianca ha detto, la scorsa notte, che gli Usa “non sapevano nulla” dei piani di Israele per colpire il giacimento South Pars. Nell’intervista, Peled ha aggiunto: “Da settimane l’Iran colpisce Qatar, Emirati e Arabia Saudita. Teheran deve capire che non può continuare a destabilizzare lo Stretto di Hormuz e colpire impianti energetici senza pagare un prezzo molto alto. Questo è il messaggio che Stati Uniti e Israele volevano trasmettere”. Secondo l’ambasciatore, c’è “una comprensione condivisa tra Stati Uniti, molti Paesi occidentali e Israele: l’Iran deve essere fermato. E purtroppo non sembra possibile farlo diplomaticamente, quindi si farà con la forza”.

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L’ambasciatore d’Israele in Italia ha anche spiegato di ritenere infondate le voci sulla presunta influenza israeliana sugli Stati Uniti per l’avvio della guerra contro l’Iran il 28 febbraio scorso. “Pensare che un piccolo Paese come Israele influenzi uno gigantesco come gli Stati Uniti fa parte delle teorie del complotto e di tutti quei detrattori anti-israeliani di questa guerra”, ha detto. “Ci saranno sempre persone contrarie al conflitto. La guerra non è una cosa bella. Avremmo preferito trovare una strada migliore, pacifica, per questo conflitto con l’Iran”, ha dichiarato l’ambasciatore, aggiungendo tuttavia che “gli Stati Uniti hanno cercato per molto tempo di negoziare con l’Iran”. Ma, secondo Peled, “gli iraniani hanno sottovalutato Trump e gli Usa”. Di conseguenza, “gli Usa hanno preso le proprie decisioni per i propri interessi, per gli interessi dell’Europa, per gli interessi dell’Occidente e, naturalmente, anche per gli interessi di Israele”, ha sottolineato il diplomatico, ribadendo: “Vogliamo porre fine alla minaccia globale dell’Iran. Tutti ne gioverebbero, inclusi i palestinesi e gli arabi del Golfo”.

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Dal 2 marzo, il movimento sciita libanese filo-iraniano Hezbollah si è unito alla guerra in Medio Oriente, in sostegno dell’Iran, dando il via a nuovi scontri con Israele. All’inizio di questa settimana, le autorità israeliane hanno annunciato un’operazione di terra in nuove zone del Libano meridionale, con lo scopo dichiarato di voler aggiungere un livello di sicurezza per i cittadini del nord dello Stato ebraico, al confine. Israele “non ha assolutamente alcun interesse a entrare in Libano o a occupare parti del Libano”, ha precisato l’ambasciatore israeliano a Roma. “Non abbiamo alcuna disputa di confine con il Libano, ma dobbiamo aiutare il governo libanese” che “vuole anch’esso liberarsi di Hezbollah”, ha spiegato Peled. “Se ciò significa anche impiegare più forze, allora dovremo farlo – ha proseguito il diplomatico – ma l’intenzione è spingere Hezbollah il più a nord possibile, perché la portata dei suoi razzi e dei suoi attacchi colpisce costantemente il nord e il centro di Israele”. L’ambasciatore ha ricordato che “il governo libanese ha chiesto a Hezbollah, subito dopo l’inizio della guerra con l’Iran, di non entrare nel conflitto”.

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A un livello regionale più ampio, l’ambasciatore ha sostenuto che la guerra di Israele e Stati Uniti contro l’Iran “aiuterà anche a demilitarizzare e indebolire” il movimento islamista palestinese Hamas nella Striscia di Gaza. Nell’ultimo periodo “non stiamo sentendo parlare di Hamas perché l’Iran, suo sostenitore e finanziatore, è sotto attacco. Se riusciamo a eliminare la minaccia iraniana, la situazione a Gaza migliorerà molto”, ha affermato l’ambasciatore. “Siamo ormai a cinque, quasi sei mesi dal cessate il fuoco di ottobre e il piano di Trump deve essere attuato tramite il Consiglio di pace”, ha proseguito Peled. Secondo l’ambasciatore, “è difficile valutarne ora l’efficacia, ma alla fine contano i risultati: se riusciremo a disarmare Hamas e a impedirgli di terrorizzare i palestinesi, sarà un successo”. A proposito invece della Cisgiordania, Peled ha ribadito che si tratta di una “terra ancestrale” di Israele, “la terra biblica, quindi abbiamo una rivendicazione storica e culturale su questa parte di quello che era (un tempo) Israele”.

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Per quanto riguarda i rapporti di Israele con altri Paesi, Peled ha sottolineato che gli Accordi di Abramo “sono ancora rilevanti e destinati ad ampliarsi”. L’ambasciatore ha quindi ricordato che, prima del 7 ottobre 2023, giorno dell’attacco del movimento islamista palestinese Hamas nello Stato ebraico, “speravamo che anche l’Arabia Saudita si unisse” agli Accordi. Secondo Peled, “c’è una maggioranza di Paesi nella regione, che vogliono pace e cooperazione con Israele. L’unica eccezione, purtroppo, è l’Iran con questo governo attuale e i suoi proxy: Hezbollah che tiene il Libano in ostaggio; gli Houthi in Yemen; Hamas a Gaza; la Jihad islamica; le fazioni in Iraq”.

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Il rapporto tra Italia e Israele, secondo l’ambasciatore, ha subito “un leggero rallentamento” dopo il 7 ottobre 2023, ma “il nostro dialogo e le nostre relazioni continuano a essere aperti e sinceri, e puntiamo a rafforzarli”. Secondo Peled, “oggi il mondo riconosce l’importanza strategica di Israele e le sue capacità in termini di tecnologia informatica, spazio, difesa e, naturalmente, le tecnologie tradizionali per cui Israele è noto, come l’acqua e l’agricoltura”. Di conseguenza, ha affermato, “penso che ci sia molto che Israele possa fare e su cui possa cooperare con l’Italia”. Nel corso dell’intervista, Peled ha espresso apprezzamento per “gli sforzi che l’Italia sta compiendo” per contrastare il fenomeno dell’antisemitismo, incoraggiando il governo “a proseguire su questa strada”. “Stiamo collaborando con le autorità italiane – ha spiegato – perché questa è una minaccia per la società italiana, non solo un problema israeliano o ebraico”. Il fenomeno “va combattuto con l’istruzione, la memoria dell’Olocausto e l’applicazione della legge”, ma soprattutto “sensibilizzando le persone sui pericoli dell’antisemitismo ed educandole alla tolleranza e alla convivenza, perché ciò che inizia con l’odio contro gli ebrei si trasforma ben presto in odio contro altre minoranze, gruppi politici o fasce meno fortunate della popolazione”, ha concluso l’ambasciatore.

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