
Stoccolma, 12 marzo 2026 – Un recente studio condotto da un team internazionale di ricercatori guidati dall’Università di Uppsala, in Svezia, ha approfondito l’impatto a lungo termine degli antibiotici sul microbioma intestinale umano, rivelando che alcune classi di questi farmaci possono alterare in modo significativo la composizione batterica intestinale anche fino a otto anni dopo la somministrazione.
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Antibiotici e microbioma intestinale: un legame duraturo
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Gli antibiotici rappresentano un elemento fondamentale nella lotta contro le infezioni batteriche, ma la loro azione non è selettiva e colpisce anche le popolazioni batteriche benefiche dell’intestino, alterando l’equilibrio del microbioma intestinale. Lo studio, pubblicato su Nature Medicine, ha analizzato i dati di quasi 15.000 adulti svedesi, incrociando le informazioni relative alle prescrizioni di antibiotici registrate nel sistema sanitario nazionale con le analisi dettagliate della composizione del microbioma intestinale.
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I risultati mostrano che l’alterazione del microbioma può perdurare per anni, con alcuni antibiotici che lasciano un’impronta più profonda e duratura rispetto ad altri. In particolare, la clindamicina, i fluorochinoloni e la flucloxacillina sono associati a cambiamenti significativi che possono manifestarsi fino a 4-8 anni dopo il trattamento. Al contrario, la penicillina V, antibiotico più comunemente prescritto in Svezia per infezioni meno gravi, provoca alterazioni più lievi e di breve durata.
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Implicazioni per la gestione clinica e la salute pubblica
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“La correlazione tra uso di antibiotici e modifiche nel microbioma intestinale è evidente anche a distanza di molti anni dal trattamento, e persino un singolo ciclo terapeutico può lasciare tracce”, spiega Gabriel Baldanzi, primo autore dello studio e ricercatore presso l’Università di Uppsala. La professoressa Tove Fall, responsabile dello studio, sottolinea inoltre come questi dati possano influenzare le future linee guida sull’uso degli antibiotici: “Quando si tratta di scegliere tra due antibiotici ugualmente efficaci, sarebbe opportuno preferire quello con minore impatto sul microbioma intestinale”.
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Le alterazioni del microbioma sono state in passato associate a un aumento del rischio di malattie metaboliche e infezioni gastrointestinali, benché i meccanismi precisi non siano ancora del tutto noti. Questo studio rappresenta un passo avanti nella comprensione delle conseguenze a lungo termine dell’uso di antibiotici e conferma l’importanza di una gestione attenta e responsabile di questi farmaci, già rigorosamente regolamentata in Svezia.
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Contesto e prospettive future
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Lo studio si è avvalso del registro svedese delle prescrizioni farmacologiche, uno dei più completi al mondo, e di biobanche contenenti campioni del microbioma intestinale provenienti da adulti residenti in Svezia. Attualmente, i ricercatori stanno raccogliendo ulteriori campioni longitudinali da una parte dei partecipanti per monitorare nel tempo la capacità di recupero del microbioma e identificare quali persone risultino maggiormente vulnerabili alle alterazioni indotte dagli antibiotici.
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Questi risultati arrivano da Uppsala, città universitaria di grande rilievo, sede dell’ateneo più antico della Scandinavia, fondato nel 1477, noto per la sua eccellenza nella ricerca scientifica e per la sua attenzione alle tematiche di salute pubblica e sostenibilità ambientale. L’impegno accademico della città continua a produrre contributi di rilievo nel campo delle scienze mediche e biologiche, consolidando la sua posizione di centro di riferimento internazionale.
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