Cipro vuole avviare un dialogo con il Regno Unito sulle due basi britanniche di Akrotiri e Dhekelia e ora può contare anche sul sostegno degli altri 26 Paesi membri dell’Unione europea. La richiesta è stata formulata pubblicamente dal presidente cipriota Nikos Christodoulides dopo il recente attacco con droni che ha colpito la base aerea di Akrotiri, riportando al centro del dibattito il ruolo delle installazioni britanniche nel quadro della crisi mediorientale. Parlando alla vigilia del vertice del Consiglio europeo a Bruxelles, Christodoulides ha affermato: “Quando questa spiacevole situazione in Medio Oriente sarà finita, dovremo avere un dialogo aperto e franco” con il governo di Londra “sullo status e sul futuro delle basi britanniche a Cipro”. Il sostegno politico dei partner europei rafforza la posizione di Nicosia, ma non modifica il dato di fondo: il quadro giuridico che disciplina le due basi resta estremamente solido e lascia a Cipro margini molto limitati per metterne unilateralmente in discussione la presenza. Il punto di partenza è il Trattato relativo all’istituzione della Repubblica di Cipro del 16 agosto 1960, firmato da Regno Unito, Grecia, Turchia e Repubblica di Cipro al momento dell’indipendenza. Quel testo definisce il territorio della nuova Repubblica escludendo espressamente due aree, indicate nell’allegato A, che “rimarranno sotto la sovranità del Regno Unito”, vale a dire Akrotiri e Dhekelia. Lo stesso trattato stabilisce inoltre che la Repubblica di Cipro “cooperi pienamente” con Londra per garantire la sicurezza e il funzionamento efficace delle basi e il pieno godimento da parte britannica dei diritti derivanti dal trattato. In altre parole, non si tratta di semplici installazioni militari straniere presenti sul territorio di uno Stato sovrano in forza di una concessione revocabile, ma di aree sulle quali il Regno Unito mantiene una propria sovranità territoriale.
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È proprio su questo punto che insiste Nasia Hadjigeorgiou, professoressa associata in giustizia di transizione e diritti umani presso la University of Central Lancashire di Cipro (UClan), interpellata da “Agenzia Nova“. Secondo l’accademica, il Treaty of Establishment è “il documento che ha istituito sia le Sovereign Base Areas (le basi militari, Sba) sia la Repubblica di Cipro” e, proprio per questo, “la Repubblica di Cipro ha pochissimo incentivo a contestare il Trattato, perché farlo significherebbe potenzialmente mettere in discussione la sua stessa esistenza”. Hadjigeorgiou formula il concetto in termini ancora più netti: “Contestando il Trattato, Cipro metterebbe in discussione il documento che l’ha creata”. La sua lettura è molto chiara: “Il Trattato istitutivo è molto chiaro: le basi sono territorio britannico”. Da questa premessa discende, aggiunge, una conseguenza diretta: “La Repubblica di Cipro non ha voce in capitolo sulla loro eventuale cessazione. È una decisione al 100 per cento del Regno Unito”. Il carattere eccezionale dell’assetto giuridico delle basi si comprende ancora meglio se si considera che nel 1960 non venne firmato solo il trattato istitutivo, ma anche quello delle potenze garanti, che obbliga Cipro, Grecia e Turchia a rispettare l’integrità delle aree rimaste sotto sovranità britannica al momento dell’indipendenza e a garantire a Londra il godimento dei diritti riconosciuti dal trattato istitutivo. L’assetto delle basi, quindi, non è il semplice risultato di un’intesa bilaterale tra Londra e Nicosia, ma è inserito in una struttura multilaterale più ampia che coinvolge anche Atene e Ankara. Ciò rende ancora più difficile immaginare che Cipro possa smontare da sola l’intero impianto giuridico. Non solo il trattato del 1960 le impone cooperazione con il Regno Unito sul funzionamento delle basi, ma un secondo trattato collega la loro integrità a un sistema di garanzia internazionale costruito all’atto della nascita dello Stato cipriota.
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C’è però un aspetto che mostra anche i limiti, almeno politici, della posizione britannica. In una dichiarazione allegata al trattato, il Regno Unito si impegnò a non sviluppare le basi per fini diversi da quelli militari, a non istituire colonie o nuovi insediamenti, a non creare attività commerciali salvo quelle connesse ai requisiti militari e a non stabilire porti e aeroporti commerciali o civili. Questi elementi non cancellano la sovranità britannica, ma indicano che essa fu accompagnata fin dall’inizio da limiti e impegni politici precisi, pensati per evitare che le aree sovrane si trasformassero in una prosecuzione classica del dominio coloniale. È proprio su questa tensione tra sovranità britannica e promessa di non-colonizzazione che si innesta una parte della narrazione cipriota più recente. Hadjigeorgiou, da questo punto di vista, inserisce la questione in una continuità storica molto esplicita tra il periodo coloniale e l’assetto attuale. “Come è noto, Cipro era una colonia britannica prima del 1960. Il trattato stabilisce che la Repubblica di Cipro ottenga l’indipendenza, mentre le due aree sovrane restano territori del Regno Unito”, osserva. Di fatto, prosegue, “queste aree sono ancora colonie: il loro status non è cambiato. Prima del 1960 l’intera isola era una colonia, oggi lo è circa il 3 per cento del territorio”. È una chiave di lettura rilevante, perché rispecchia perfettamente le affermazioni dllo stesso Christodoulides, che ha definito le basi una “conseguenza coloniale”, pur senza dire apertamente che il suo obiettivo ultimo sia la loro rimozione totale.
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La questione, inoltre, non è solo giuridica o simbolica, ma ha anche una dimensione molto concreta. Oltre diecimila cittadini ciprioti vivono all’interno delle due basi britanniche di Akrotiri e Dhekelia. Il presidente cipriota ha richiamato esplicitamente questo dato per giustificare la richiesta di chiarimenti rivolta a Londra, sottolineando che il governo di Nicosia ha una responsabilità diretta nei confronti di queste persone e che, proprio per tale ragione, ha un interesse legittimo a conoscere con precisione modalità e finalità dell’utilizzo delle installazioni britanniche. La polemica è cresciuta dopo l’attacco con drone contro Akrotiri, che secondo le informazioni emerse avrebbe colpito un hangar in cui si trovavano anche velivoli spia statunitensi U-2, alimentando a Cipro il timore di un coinvolgimento indiretto dell’isola nelle tensioni regionali. Un portavoce del governo cipriota ha lamentato l’assenza di “nessuna chiara precisazione” da parte britannica sul fatto che le basi saranno utilizzate esclusivamente per scopi umanitari.
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Sul piano del diritto internazionale, il problema per Nicosia resta comunque molto netto. La Convenzione di Vienna sul diritto dei trattati stabilisce, all’articolo 54, che la cessazione di un trattato o il ritiro di una parte possono avvenire o in conformità alle disposizioni del trattato stesso, oppure “in qualsiasi momento con il consenso di tutte le parti”. L’articolo 56 aggiunge che, se un trattato non contiene disposizioni sulla sua cessazione o non prevede denuncia o recesso, esso non è soggetto a denuncia o ritiro salvo in casi eccezionali. Alla luce dei testi esistenti, il trattato del 1960 non offre una clausola semplice di denuncia unilaterale da parte di Cipro. Questo non significa che il suo superamento sia giuridicamente impossibile in assoluto, ma implica che una mossa unilaterale di Nicosia sarebbe, almeno sulla carta, estremamente debole e facilmente contestabile. Ecco allora perché la strada più realistica per Cipro non è un atto unilaterale, ma un negoziato politico-giuridico con il Regno Unito. Una prima opzione concreta è aprire una trattativa bilaterale che miri a ridefinire lo status delle basi, ridurne l’estensione o, nel lungo periodo, ottenerne una restituzione totale o parziale. Non si tratta di un’ipotesi solo teorica: nel 2009 il Regno Unito si disse pronto a cedere quasi metà del proprio territorio sovrano a Cipro nel quadro di un eventuale accordo di riunificazione dell’isola. Londra non mise allora in discussione il principio della propria sovranità, ma mostrò che una rinuncia parziale, nel contesto di un compromesso politico più ampio, era considerata immaginabile. Una seconda opzione consiste invece nell’inserire il dossier delle basi in una trattativa più vasta sul futuro assetto di Cipro, trasformandolo in una componente di un compromesso complessivo su sicurezza, riunificazione e rapporti strategici nell’isola.
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La terza opzione, quella oggi più attuale sul piano politico, è l’europeizzazione della questione. Le conclusioni del Consiglio europeo lo mostrano con chiarezza: nel capitolo dedicato al Medio Oriente, i leader hanno preso atto dell’intenzione di Cipro di avviare una discussione con il Regno Unito sulle basi britanniche e si sono detti pronti a fornire assistenza. È un passaggio politicamente importante perché sposta il tema da un piano meramente bilaterale a uno europeo. Ma qui Hadjigeorgiou introduce un elemento di forte cautela: “Non credo che l’Unione europea possa avere un ruolo. Non rientra nelle sue competenze giuridiche e non è una questione su cui l’Ue ha particolare interesse o capacità di intervento”. In sostanza, Bruxelles può offrire una sponda politica e diplomatica, ma non può alterare da sola un assetto fondato sui trattati del 1960. Secondo l’accademica, anche il peso dell’opinione pubblica interna va ridimensionato. “Non credo che i ciprioti siano particolarmente contenti di questa situazione. Tuttavia, non è la principale priorità per la popolazione”, spiega. La questione centrale, aggiunge, “per la maggior parte dei ciprioti è la risoluzione del problema di Cipro, cioè la presenza delle truppe turche sull’isola”. Per questo, “è improbabile che la Repubblica di Cipro metta in discussione gli interessi legali legati alle basi, non perché siano popolari, ma perché non rappresentano una priorità in questa fase”. Anche se il malcontento crescesse, “è improbabile che ciò porti a risultati concreti. Il Regno Unito non ha motivi per negoziare, né un obbligo legale a farlo. Di fatto, detiene tutte le leve”.
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Quanto ai possibili scenari di cambiamento, Hadjigeorgiou ne individua sostanzialmente due. Il primo è una scelta autonoma britannica: “Il primo è che il Regno Unito decida che le basi non sono più utili”. In quel caso, spiega, “il Trattato istitutivo prevede che possano essere restituite alla Repubblica di Cipro. Cipro ha un ‘diritto di prelazione’: Londra può offrirle a Nicosia”. Ma si tratta, a suo avviso, di un’ipotesi “poco probabile”, perché le Sba “rappresentano di gran lunga il più importante avamposto militare britannico in Medio Oriente”. Il secondo scenario sarebbe invece una sfida legale più ampia, sul modello del precedente delle Chagos. “Esiste un precedente: il parere consultivo della Corte internazionale di giustizia sulle Isole Chagos”, osserva Hadjigeorgiou. “Vedo molte somiglianze tra il caso delle Chagos e quello delle basi a Cipro”. In teoria, conclude, “Cipro potrebbe utilizzare quel precedente per avviare un processo di rinegoziazione o di decolonizzazione, sul modello di Mauritius”. Ma anche qui la prudenza prevale: “Non è detto che avrebbe successo e, soprattutto, è improbabile che Cipro voglia intraprendere questa strada, perché significherebbe entrare in contrasto con il Regno Unito”. La conclusione, dunque, è duplice. Da un lato, l’appoggio dell’Unione europea rafforza politicamente la posizione di Nicosia e dà visibilità alla sua richiesta di aprire un confronto con Londra. Dall’altro, il controllo giuridico delle basi resta saldamente nelle mani del Regno Unito. Cipro può tentare di negoziare, può cercare di internazionalizzare il tema e può fare leva sul mutato contesto geopolitico, ma difficilmente potrà imporre in autonomia una revisione rapida di uno degli assetti più delicati ereditati dall’indipendenza del 1960.
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L’articolo Cipro: il sostegno dell’Ue può aiutare Nicosia sulle basi britanniche, ma Londra resta in posizione di forza proviene da Agenzia Nova.
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