Stretto di Hormuz e investimenti al centro del vertice tra Trump e Takaichi a Washington

Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump e la prima ministra del Giappone Sanae Takaichi hanno tenuto ieri a Washington un vertice bilaterale di circa un’ora e mezza, il secondo incontro di persona dopo quello avvenuto lo scorso ottobre a Tokyo. Il colloquio, che coincide con la grave crisi in atto nel Golfo Persico, ha affrontato temi cruciali per la stabilità globale, con una marcata enfasi sulla crisi energetica nel Medio Oriente e sul massiccio piano di investimenti giapponesi nell’economia Usa, pilastro dell’accordo commerciale che ha limitato al 15 per cento i dazi lineari a carico delle esportazioni nipponiche verso la prima economia mondiale. Durante il vertice, Takaichi ha espresso un forte sostegno politico al leader statunitense, definendolo l’unica figura in grado di garantire pace e prosperità nel mondo, e ha condannando fermamente il programma nucleare iraniano, giudicato del tutto inaccettabile dal governo di Tokyo.

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Il tema più urgente del confronto ha riguardato la sicurezza della navigazione nello Stretto di Hormuz. Trump preme da giorni sugli alleati affinché partecipino direttamente allo sforzo di riapertura dello stretto, chiuso di fatto dalla minaccia di attacchi iraniani alle imbarcazioni in transito. Ieri, durante l’incontro con Takaichi, l’inquilino della Casa Bianca ha sottolineato come il Giappone dipenda per oltre il 90 per cento dalle forniture di petrolio che transitano attraverso quel braccio di mare. Secondo il presidente Usa, tale vulnerabilità energetica dovrebbe spingere Tokyo a un impegno molto più incisivo nella gestione della crisi, senza escludere la partecipazione a un intervento militare. Il Giappone “non è la Nato”, ha detto Trump riferendosi alle dure critiche rivolte in questi giorni ai Paesi membri dell’alleanza atlantica: al contrario di questi ultimi, Tokyo “farà un passo avanti” per assistere gli Stati Uniti. Durante lo scambio con i cronisti, Trump ha inoltre giustificato il mancato preavviso agli alleati circa le recenti operazioni militari contro l’Iran con la necessità di mantenere il fattore sorpresa, citando ironicamente l’attacco a Pearl Harbor del 1941 come esempio storico di azione non annunciata.

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Dal canto suo, Takaichi ha cercato di bilanciare le richieste di Washington con la complessità del sistema giuridico nipponico. Come già ricordato dalla premier nei giorni scorsi, Tokyo è vincolata dalla propria Costituzione pacifista, e un intervento diretto di Tokyo nella regione appare pressoché impossibile, finché proseguiranno le ostilità tra Usa, Israele e Iran. Il Giappone potrebbe invece assistere in altri modi, ad esempio tramite la fornitura ai Paesi del Golfo di missili intercettori per i sistemi Patriot, che il Paese asiatico produce su licenza. La prima ministra ha riferito di aver esposto chiaramente a Trump i limiti costituzionali e legali entro i quali il Giappone può operare, distinguendo tra le azioni percorribili e quelle vietate dalle norme nazionali. Nonostante queste limitazioni, i due leader hanno confermato la volontà di mantenere una comunicazione costante per assicurare la stabilità delle rotte marittime e la continuità delle forniture energetiche. In questo contesto, è stato annunciato un accordo per incrementare la produzione di petrolio negli Stati Uniti, con particolare riferimento ai giacimenti in Alaska, volto a ridurre la dipendenza dai mercati mediorientali.

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Il versante economico ha visto l’annuncio formale della seconda tranche di investimenti giapponesi negli Usa, parte di un accordo quadro più ampio che prevede lo stanziamento di 550 miliardi di dollari complessivi. Questo secondo round, del valore di 73 miliardi di dollari, si concentra su tre progetti infrastrutturali di rilievo: la costruzione di piccoli reattori nucleari modulari (Smr) in Tennessee e Alabama attraverso la joint venture Ge Vernova Hitachi, e la realizzazione di centrali elettriche a gas naturale in Pennsylvania e in Texas. Con questo nuovo impegno, il totale dei finanziamenti promessi dal Giappone sale a 109 miliardi di dollari, una somma che rappresenta circa il 20 per cento dell’intero pacchetto di investimenti promessi dal Giappone e che pone Tokyo in una posizione di assoluta preminenza rispetto ad altri partner come la Corea del Sud o l’Unione europea, ancora fermi alle fasi preliminari dei rispettivi accordi.

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Tuttavia, l’imponente dispiegamento di capitali solleva interrogativi nel settore bancario giapponese. Diversi dirigenti delle principali istituzioni finanziarie nipponiche hanno manifestato perplessità circa la velocità con cui il governo sta procedendo, evidenziando che i primi progetti annunciati a febbraio per 36 miliardi di dollari non sono ancora giunti alla fase dei contratti formali. Oltre agli investimenti diretti, un documento congiunto siglato a Washington prevede una cooperazione strategica per la sicurezza delle catene di approvvigionamento, con l’avvio di ricerche comuni per l’estrazione di minerali critici dai fondali marini. Infine, sul piano della sicurezza regionale, Trump e Takaichi hanno riaffermato l’importanza vitale della pace nello Stretto di Taiwan, confermando l’allineamento strategico dei due Paesi di fronte alle sfide geopolitiche nell’Indo-Pacifico.

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