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La guerra in Iran comincia (finalmente) a costare cara a Donald Trump, non solo in termini economici. I primi sei giorni di operazioni militari sarebbero costati agli Stati Uniti almeno 11,3 miliardi di dollari, secondo i media americani.
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Il tasso di approvazione del presidente, già al minimo, non dà segnali di miglioramento. Gli americani sono preoccupati dalla gestione economica e dalle ricadute del conflitto in Medio Oriente, senza contare l’ondata di giustificato antiamericanismo che sta dilagando a livello globale.
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La frattura più clamorosa si è consumata all’interno dell’apparato di sicurezza stesso. Il capo del centro per l’antiterrorismo Joe Kent si è dimesso in polemica con Trump: “Non posso sostenere in buona coscienza la guerra in Iran. Teheran non rappresentava una minaccia imminente per il nostro Paese ed è chiaro che questa guerra è stata iniziata per la pressione di Israele e della sua potente lobby americana”. Parole esplosive, quelle di Kent, che, oltre a richiamare certi fantasmi prodotti con la famigerata dottrina Cheney, aprono una crepa difficile da ricucire per il consenso del presidente repubblicano.
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Sul campo, intanto, Trump rivendica i risultati militari: “Abbiamo colpito più di 7.000 obiettivi in tutto l’Iran”, ma sul quando finirà la guerra la risposta del presidente continua a restare vaga, confermando la sensazione che si sia aperto un nuovo fronte di guerra dai risvolti imprevedibili nel medio periodo.
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foto thewhitehouse.gov
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L’articolo Trump sotto pressione: consensi ai minimi, 11 miliardi spesi in sei giorni e le dimissioni di Kent proviene da Sardegnagol.
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