Un amico di Trump ha chiesto all’ICE di deportare la madre di suo figlio

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ROMA – New York, corridoi del potere e vendette personali: un’ordinaria storia dall’America trumpiana. Al centro c’è Paolo Zampolli, ex agente di modelle diventato inviato speciale nell’orbita presidenziale, uno che a Washington conta poco sulla carta ma molto nelle relazioni. È lui, secondo documenti e fonti citate dal New York Times, ad aver bussato alla porta giusta nel momento giusto. La porta è quella dell’ICE, l’ormai famigerato Immigration and Customs Enforcement.

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E’ una storia personale che diventa di pubblico interesse: c’è una ex compagna, Amanda Ungaro, arrestata a Miami con accuse di frode. E c’è una battaglia legale per l’affidamento del figlio. Zampolli contatta un alto funzionario dell’ICE, David Venturella. La denuncia, gli dice che la donna è irregolare. Può intervenire l’agenzia? La risposta, stando ai verbali, è fulminea. Una telefonata a Miami e via: prelevatela prima che esca su cauzione.

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Ungaro finisce sotto custodia dell’ICE e viene deportata. Un esito che – ufficialmente – sarebbe arrivato comunque, visto il visto scaduto e le accuse pendenti. Ma il punto non è il finale, è il percorso. La telefonata. Zampolli nega tutto: nessuna pressione, solo richiesta di informazioni. Il Dipartimento per la Sicurezza Interna respinge ogni sospetto di favoritismi.

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Eppure la storia racconta altro. Racconta di un sistema dove i contatti contano, dove le relazioni possono accelerare ingranaggi già in movimento. Non serve cambiare il destino, basta spingerlo un po’ più in fretta. Zampolli, 56 anni, è una presenza fissa nella galassia di Donald Trump, quello che negli anni ’90 gli presentò Melania Trump. Foto, eventi, amicizie ostentate. Un uomo che vive di prossimità al potere. Dall’altra parte, la traiettoria di Ungaro: modella arrivata giovanissima negli Stati Uniti, relazione ventennale, poi rottura, nuova vita, arresto, deportazione. Un divorzio a mezzo ICE.

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