Iran: rischio ingresso in guerra degli Houthi e allargamento del conflitto al Mar Rosso

Un video attribuito al portavoce militare del movimento yemenita Ansar Allah (Houthi), in cui si minacciano possibili attacchi contro navi statunitensi e israeliane nel Mar Rosso in risposta alle operazioni contro l’Iran, circola nelle ultime ore sui social, ma al momento non risulta confermato da fonti ufficiali del movimento. Secondo quanto riferito ad “Agenzia Nova” dall’analista e attivista politico yemenita Arhab al Sarhi, il video-annuncio del presunto ingresso degli Houthi in guerra a sostegno dell’Iran “è falso” e potrebbe quindi essere stato realizzato tramite la tecnica del “deepfake”. Nel contenuto, diffuso da account filo-Houthi su X e Telegram, il portavoce militare Yahya Saree afferma che il movimento “prenderà di mira le navi” di Usa e Israele nel Mar Rosso, qualora le forze armate dei due Paesi proseguissero gli attacchi contro Teheran. Questa guerra “è la guerra dell’intera Ummah (la comunità islamica mondiale)”, afferma Saree nel video. Il filmato, tuttavia, non è stato rilanciato dai canali ufficiali del gruppo, come l’emittente “Al Masirah” o i profili istituzionali riconducibili al movimento, elemento che ne limita l’attendibilità.

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In attesa di conferme o smentite ufficiali, resta comunque rilevante valutare le possibili implicazioni di un eventuale coinvolgimento diretto degli Houthi a sostegno dell’Iran nel contesto dell’attuale escalation regionale. Non a caso anche media internazionali di primo piano, come il “Financial Times”, si interrogano sul possibile ruolo del movimento yemenita. In un’analisi pubblicata il 14 marzo dal titolo “Where are the Houthis?”, il quotidiano evidenzia il rischio di un loro coinvolgimento e le implicazioni per la sicurezza del Mar Rosso. Un eventuale ingresso degli Houthi, tra i principali attori dell’asse regionale filo-iraniano, aumenterebbe l’instabilità e contribuirebbe ad allargare la crisi al Mar Rosso, con conseguenze sul commercio globale e sulle forniture energetiche. Il movimento ha già dimostrato la capacità di colpire obiettivi nel Mar Rosso, prendendo di mira petroliere e navi commerciali e minacciando lo stretto di Bab el-Mandeb, snodo strategico che collega il Mar Rosso al Golfo di Aden e all’Oceano Indiano. Un’estensione del conflitto a questo teatro, finora non coinvolto direttamente nello scontro Iran-Stati Uniti-Israele, aggraverebbe ulteriormente le pressioni sulle rotte energetiche e commerciali globali. Nelle acque del Mar Rosso transitano infatti centinaia di navi al giorno, pari a circa il 12 per cento del commercio globale e a circa il 25 per cento del traffico mondiale di container, comprese rilevanti quote di petrolio e gas naturale liquefatto dirette verso l’Europa.

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Secondo quanto riferito dall’emittente statunitense “Bloomberg” la scorsa settimana, l’Arabia Saudita ha dirottato parte delle proprie spedizioni di petrolio verso il porto di Yanbu, sulla costa occidentale del Paese affacciata sul Mar Rosso. I dati di tracciamento mostrano almeno cinque grandi petroliere (Vlcc), per una capacità complessiva di circa 10 milioni di barili, partite da Yanbu, mentre normalmente le esportazioni saudite transitano dal Golfo Arabico attraverso il porto di Ras Tanura. Secondo diversi analisti, questa scelta risponde all’esigenza di proteggere le infrastrutture e le capacità di stoccaggio, ma potrebbe rivelarsi meno efficace in caso di estensione degli attacchi anche al Mar Rosso.

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Nell’area è inoltre attiva la missione europea Aspides, lanciata dall’Unione europea per garantire la sicurezza della navigazione nel Mar Rosso e nelle acque circostanti. La missione ha carattere difensivo e mira a proteggere le imbarcazioni mercantili da attacchi con droni e missili. L’Italia contribuisce sia alla catena di comando sia con assetti navali, attraverso unità della Marina Militare dotate di capacità avanzate di difesa aerea e antimissile. In caso di ulteriore deterioramento del quadro di sicurezza, la missione e i Paesi partecipanti potrebbero essere direttamente coinvolti. Il possibile ingresso degli Houthi nel conflitto aumenterebbe la pressione su Stati Uniti e attori regionali, rafforzando il sostegno a Teheran e aggravando una situazione già critica per le forniture energetiche, anche alla luce dei recenti attacchi contro infrastrutture nella regione del Golfo.

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Secondo un’analisi pubblicata dal sito “Middle East Forum”, un eventuale intervento degli Houthi in questa fase avverrebbe in un quadro operativo già preparato. Il movimento avrebbe infatti ridistribuito le proprie capacità militari per ridurre l’esposizione a eventuali attacchi, spostando lanciamissili e droni in aree montuose fortificate, in particolare nelle regioni di Al Hudaydah e Hajjah, lungo la costa del Mar Rosso. Queste posizioni consentono sia una migliore capacità di osservazione e targeting sia una maggiore protezione da attacchi aerei. Il gruppo avrebbe inoltre diversificato i siti di dispiegamento e ridotto la dipendenza dalle comunicazioni digitali, nel tentativo di limitare la vulnerabilità operativa.

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La stessa analisi evidenzia come il movimento abbia adottato una struttura di comando più articolata, sul modello iraniano, con livelli distinti tra leadership strategica, comando operativo e cellule sul campo semi-indipendenti. In mare, la presenza Houthi aumenta il rischio di utilizzo di mine e di azioni asimmetriche contro il traffico navale. Il dispiegamento di mezzi militari risulta concentrato in aree chiave come il porto di Al Salif, l’isola di Kamaran e la fascia costiera occidentale di Tihamah. Nonostante ciò, le capacità del gruppo restano limitate rispetto a uno scontro convenzionale e potrebbero tradursi in operazioni mirate e intermittenti, con l’obiettivo di aumentare l’instabilità e influire sul commercio globale.

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Nelle scorse settimane, gli Houthi avevano espresso sostegno politico all’Iran senza aprire un nuovo fronte militare nel Mar Rosso. Il leader del movimento, Abdul Malik al Houthi, aveva invitato i sostenitori a rafforzare il fronte della “guerra mediatica” contro “i nemici” della regione, esortando attivisti e media vicini al gruppo a contrastare quella che ha definito una “guerra psicologica e propagandistica”. Più recentemente, Mohammed al Bukhaiti, membro dell’ufficio politico del movimento, ha dichiarato all’agenzia “Ria Novosti” che gli Houthi sono “pronti a intervenire” a sostegno di Iran, Libano e Palestina. “Stiamo monitorando la situazione e abbiamo il dito sul grilletto”, ha affermato, aggiungendo che “quando prenderemo parte alle operazioni militari insieme ai nostri fratelli, forniremo tutti i dettagli”.

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Al Bukhaiti ha inoltre precisato che, in caso di intervento, Ansar Allah “non lederà gli interessi di attori neutrali” come Russia e Cina. “Non siamo favorevoli alla guerra. Tuttavia, se saremo costretti a combattere, attaccheremo solo gli aggressori. Non toccheremo altri Paesi che mantengono una posizione neutrale… La questione riguarda principalmente la Russia e la Cina”, ha dichiarato. Le sue parole confermano come il movimento mantenga una postura ambivalente tra deterrenza e possibile coinvolgimento operativo, in un contesto regionale in rapido deterioramento.

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